Mi sembra ieri. Chiudevo il portone uscendo,
ed il mondo era mio.
Quel vecchio portone metallico, dai colori
invecchiati, l’odore di vecchio della palazzina.
Chiudevo il portone, dove mia madre non poteva
guardare, respiravo l’aria di libertà.
Mi piacerebbe, come succede in tanti scritti,
poter associare quel periodo ad un qualche oggetto
determinante.
Che brutta infanzia la nostra, cresciuti nella
tecnologia. L’unica cosa che mi viene in mente, di getto,
è il Game Boy. Altri più vecchi di me possiedono
altri ricordi. In altri luoghi del mondo qualcuno
ricorda i vecchi treni. In questo luogo del mondo,
i vecchi treni, noi ancora li abbiamo.
Quei treni degli anni ‘50, si, dei film di Totò e di
Fellini, noi ancora li abbiamo, noi in Calabria.
I treni della speranza non se ne sono mai andati.
E da piccolo, andando a Firenze dal nonno burbero
ma buono, associavo il viaggio ad un treno che
porta lontano, molto più in là del portone di casa.
I miei vecchi ricordi sono rimasti tali e quali,
perdurano nel presente. Uscii di casa e respirai
l’odore di vecchio. Odore che non se n’è più andato.